
Le politiche di coesione e quelle rivolte alle aree interne hanno bisogno di un cambio di impostazione.
A sostenerlo è una nuova analisi della Svimez, firmata da Luca Bianchi e Carmelo Petraglia e pubblicata sulla rivista Il Mulino, che individua nelle città medie il possibile “anello mancante” di una strategia di sviluppo territoriale più efficace e più aderente alla geografia reale del Paese.
L’analisi parte da una critica precisa all’attuale dibattito sulle politiche territoriali, spesso schiacciato su una lettura dicotomica: da un lato i grandi poli urbani, dove si concentrano produttività, innovazione e redditi; dall’altro le aree interne, segnate da fragilità strutturali, spopolamento e minore accesso ai servizi. In questa rappresentazione, sostengono gli autori, resta poco visibile il livello intermedio del sistema urbano nazionale, cioè quello delle città di dimensione media, che in molti territori e in particolare nel Mezzogiorno possono svolgere una funzione decisiva di raccordo economico, occupazionale e sociale.
Secondo l’articolo, una prospettiva più pragmatica di riequilibrio territoriale dovrebbe fondarsi proprio sul rafforzamento delle città medie come infrastruttura urbana diffusa: nodi capaci, da un lato, di decongestionare i grandi poli metropolitani e, dall’altro, di garantire accesso a servizi, lavoro e opportunità per i territori circostanti. In questa chiave, le città medie non sono un elemento residuale, ma una leva concreta per contrastare i processi di marginalizzazione delle aree interne e ricostruire connessioni economiche e sociali oggi indebolite.
Il ragionamento si appoggia anche a dati economici richiamati dalla Svimez.
Nel sistema urbano italiano, spiegano gli autori, il quadro non è affatto monocentrico: se è vero che i grandi capoluoghi concentrano una parte importante del Pil, nel Nord-Est e nel Mezzogiorno il peso delle città medie sul Pil della macroarea è particolarmente rilevante, rispettivamente pari al 22,6% e al 17,4%, superando quello delle grandi città.
Nel Sud, inoltre, città come Salerno, Avellino, Cosenza e Lecce mostrano una crescente capacità di attrarre pendolari e occupazione, confermandosi come poli intermedi essenziali tra aree metropolitane e territori interni.
Da qui la critica alla Strategia nazionale per le aree interne (SNAI). Pur avendo avuto il merito di riportare l’attenzione su territori a lungo marginalizzati, la strategia viene descritta come ancora troppo legata a una logica sperimentale e a un’impostazione che considera le aree interne come ambiti separati di intervento, più che come parti integranti di sistemi territoriali più ampi. Ne è derivata, secondo gli autori, una prevalenza di misure orientate soprattutto alla compensazione dei deficit nei servizi essenziali — sanità, scuola, mobilità — senza riuscire a incidere davvero sulle traiettorie di sviluppo di lungo periodo.
Questo limite pesa in modo particolare nel Mezzogiorno, dove la questione delle aree interne è più diffusa e problematica anche per gli effetti sullo spopolamento. L’obiettivo dell’azione pubblica, sottolinea l’analisi, dovrebbe essere quello di creare condizioni effettive per il diritto a restare, evitando che le politiche territoriali si riducano a una gestione del declino.
Per questo è necessario rafforzare le connessioni e la condivisione di servizi tra aree marginali e città medie, superando la separazione tra politiche urbane e politiche per le aree interne.
La proposta è quindi quella di costruire un disegno unitario di sviluppo territoriale, nel quale le città medie assumano un ruolo più ampio e strutturato nella programmazione e nell’attuazione degli interventi.
In questa prospettiva, anche strumenti già esistenti, come il Programma nazionale Metro Plus e Città medie del Sud, potrebbero evolvere verso un’impostazione più inclusiva e capace di integrare gli obiettivi della SNAI.
L’idea di fondo è rafforzare quantità e qualità dei servizi in ottica di area vasta e migliorare i collegamenti materiali e funzionali tra aree interne e città di riferimento.
Per il sistema delle costruzioni e per i territori si tratta di una riflessione molto rilevante.
Infrastrutture, accessibilità, servizi, mobilità e programmazione urbana tornano al centro non solo come fattori tecnici, ma come condizioni essenziali per trasformare le politiche di coesione in una leva reale di sviluppo.
È su questa dimensione relazionale, più che sulla semplice delimitazione amministrativa dei territori fragili, che si gioca la possibilità di ricostruire opportunità, lavoro e cittadinanza, soprattutto nel Sud.
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